Che cos’è l’AI Asset Management? E perché rappresenta il tassello mancante della governance dell’Intelligenza Artificiale

Che cos’è l’AI Asset Management? E perché rappresenta il tassello mancante della governance dell’Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale è ormai parte integrante delle attività quotidiane delle aziende. I dipendenti utilizzano strumenti di AI generativa per creare contenuti, gli sviluppatori integrano modelli di IA nelle applicazioni attraverso API e i fornitori di software introducono continuamente nuove funzionalità basate sull’intelligenza artificiale nei prodotti già in uso.

La vera sfida, però, non è l’adozione dell’IA, bensì la capacità di sapere dove viene utilizzata, chi la utilizza e a quali dati può accedere. Molte organizzazioni non dispongono di questa visibilità e, di conseguenza, i programmi di AI Governance faticano a tenere il passo con la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale. Le policy possono anche essere state definite, ma risultano difficili da applicare quando non si conoscono con precisione i sistemi AI presenti nell’ambiente aziendale.

È proprio qui che entra in gioco l’AI Asset Management, ovvero l’attività di individuare, validare, monitorare e governare tutti gli asset di intelligenza artificiale presenti in un’organizzazione. Grazie a informazioni affidabili e continuamente aggiornate sugli asset (AI Asset Intelligence), questa disciplina aiuta i team IT, Security, Risk e Compliance a comprendere come viene utilizzata l’IA, coordinare le decisioni, ridurre i rischi e supportare le iniziative di governance in tutto il patrimonio digitale aziendale.

Che cos’è l’AI Asset Management?

L’AI Asset Management fornisce una visione completa dei sistemi di intelligenza artificiale presenti in azienda: dove sono utilizzati, quali dati possono elaborare, chi ne è il responsabile e quale impatto possono avere sui rischi operativi e sugli obblighi di conformità.

A differenza dei tradizionali inventari IT, che tendono a diventare rapidamente obsoleti, l’AI Asset Management si basa su un processo continuo di scoperta e validazione degli asset. Questo consente alle organizzazioni di mantenere una conoscenza sempre aggiornata dell’utilizzo dell’IA su endpoint, servizi cloud, piattaforme SaaS, API e ambienti di Shadow IT.

Cosa si intende per AI Asset?

Gli asset di intelligenza artificiale possono assumere forme molto diverse e comprendono, ad esempio:

  • modelli di machine learning sviluppati internamente o da terze parti;
  • dataset utilizzati per il training e la validazione dei modelli;
  • applicazioni SaaS dotate di funzionalità AI;
  • API ed endpoint che consentono l’accesso ai modelli di IA;
  • autonomous agents e copilots;
  • librerie di prompt e istruzioni di sistema;
  • estensioni del browser con funzionalità di intelligenza artificiale;
  • workflow aziendali che integrano l’IA nei processi operativi.

Molte organizzazioni rimangono sorprese nello scoprire quanti asset AI siano già presenti nel proprio ambiente. Le funzionalità di intelligenza artificiale sono infatti sempre più integrate nelle applicazioni utilizzate quotidianamente dai dipendenti, rendendone difficile l’identificazione attraverso i soli processi manuali.

Perché l’AI Asset Management è così importante?

Il problema non è l’adozione dell’intelligenza artificiale, ma la capacità di sapere dove essa sia realmente presente.

Secondo una ricerca di IBM AI governance del 2026, solo il 18% delle imprese dispone di un inventario completo dei propri sistemi di IA, nonostante la loro diffusione continui ad accelerare. Anche Gartner®, nel report Cybersecurity Innovations in AI Risk Management and Use Survey 2025, evidenzia come solo l’8% delle organizzazioni di medie dimensioni abbia implementato una governance completa dell’intelligenza artificiale.

Una governance efficace si basa su informazioni affidabili: non è possibile governare ciò che non si riesce a vedere.

Con la crescente diffusione dell’IA, molte organizzazioni si trovano infatti ad affrontare un divario tra le policy di governance e la realtà operativa. Nuovi strumenti vengono introdotti attraverso estensioni del browser, piattaforme SaaS, servizi cloud, integrazioni sviluppate dai team IT e sperimentazioni condotte direttamente dai dipendenti. Alcuni sono approvati e documentati, altri sfuggono completamente ai processi di controllo.

Senza un sistema di AI Asset Management, molte aziende non sono in grado di rispondere a domande essenziali:

  • Quali sistemi di IA sono attualmente in uso?
  • Chi ne è il responsabile?
  • A quali dati possono accedere?
  • Quali processi aziendali dipendono da essi?
  • Quali nuovi rischi introducono?

Queste aree di scarsa visibilità rappresentano una criticità per i team IT, Security, Compliance e Risk Management.

Perché il tradizionale IT Asset Management non è sufficiente?

L’IT Asset Management continua a svolgere un ruolo fondamentale nella gestione di hardware, software e infrastrutture. Tuttavia, l’intelligenza artificiale introduce un livello di complessità completamente nuovo.

I sistemi AI sono dinamici: i modelli vengono aggiornati, i dataset evolvono, le API collegano servizi esterni e nuove funzionalità possono essere integrate nelle applicazioni senza richiedere installazioni dedicate.

Un laptop, ad esempio, rimane sostanzialmente lo stesso asset nel tempo; un’applicazione dotata di funzionalità AI, invece, può acquisire nuove capacità attraverso gli aggiornamenti, collegarsi a modelli esterni o iniziare a elaborare nuove categorie di dati da un mese all’altro.

Per questo motivo le organizzazioni hanno bisogno di affiancare all’IT Asset Management una visibilità specifica sugli asset di intelligenza artificiale.

Il ruolo dell’AI Asset Management nella AI Governance

I framework di AI Governance hanno l’obiettivo di definire responsabilità, gestire i rischi e promuovere un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, la loro efficacia dipende dalla qualità delle informazioni disponibili.

Molti programmi di governance danno per scontato che tutti i sistemi AI siano già stati identificati e documentati, ma nella pratica questa condizione è spesso lontana dalla realtà.

Lo stesso report Gartner evidenzia che il 72% delle organizzazioni di medie dimensioni ha rilevato prove o sospetti dell’utilizzo, da parte dei dipendenti, di strumenti pubblici di AI generativa non autorizzati.

Le organizzazioni scoprono regolarmente strumenti di Shadow AI, integrazioni non approvate, estensioni del browser con funzionalità AI, API sconosciute collegate alle applicazioni aziendali e dataset utilizzati senza una chiara attribuzione di responsabilità.

Senza informazioni affidabili sugli asset, la governance diventa inevitabilmente reattiva anziché proattiva.

Al contrario, disponendo di informazioni continuamente validate, i team IT e Security possono lavorare su una base comune di conoscenza, migliorando il coordinamento, rendendo più sicura l’automazione dei processi e ottenendo una riduzione del rischio misurabile.

Partire da informazioni affidabili, non da supposizioni

Molte organizzazioni iniziano il proprio percorso di AI Governance ponendosi una domanda semplice: Quali sistemi di intelligenza artificiale sono già presenti oggi nel nostro ambiente?”

La risposta è spesso più complessa del previsto. Applicazioni SaaS, servizi cloud, API, estensioni del browser e sperimentazioni autonome dei dipendenti fanno sì che gli strumenti di IA siano ormai presenti ovunque.

Senza una conoscenza affidabile di ciò che esiste realmente nell’ambiente aziendale, le iniziative di governance rischiano di limitarsi a documenti di policy e verifiche periodiche.

Una governance efficace deve invece poggiare su una base condivisa di AI Asset Intelligence, continuamente aggiornata e validata. Solo disponendo di dati completi, coerenti e aggiornati sugli asset AI è possibile coordinare le decisioni, automatizzare i processi, rispondere tempestivamente ai rischi e dimostrare la conformità alle normative con maggiore sicurezza.

In questo percorso la piattaforma AI Cyber Asset Intelligence di Lansweeper, attraverso la discovery e la validazione continua degli asset, aiuta le organizzazioni a comprendere l’effettiva adozione dell’intelligenza artificiale, individuare utilizzi non autorizzati, ridurre le aree di scarsa visibilità e supportare le iniziative di AI Governance su tutto il patrimonio digitale aziendale.

Fonte: Lansweeper

La guerra informatica è ormai una questione di sicurezza per tutte le aziende

La guerra informatica è ormai una questione di sicurezza per tutte le aziende

La guerra informatica non si limita più alla geopolitica. Quella che un tempo era principalmente una preoccupazione per le agenzie governative e le aziende del settore della difesa, ora è una realtà per le aziende di ogni settore. Nel marzo 2026, un gruppo di hacker collegato all’Iran, Handala, ha dichiarato di aver cancellato oltre 200.000 sistemi, server e dispositivi mobili presso la Stryker, un’azienda di tecnologia medica senza alcun legame diretto con conflitti geopolitici, sfruttando uno strumento legittimo di gestione degli endpoint all’interno dell’ambiente aziendale.

Questa è la realtà con cui le aziende ora devono confrontarsi. Le organizzazioni vengono prese di mira indipendentemente dalla loro vicinanza al conflitto e l’idea che solo le agenzie governative siano a rischio sta diventando sempre più pericolosa. La superficie degli attacchi informatici è aumentata, le tattiche continuano a evolversi e il livello di sicurezza aziendale deve evolversi di pari passo.

Come la guerra informatica sta interessando le aziende

Le moderne strategie di guerra informatica non prendono più di mira esclusivamente governi o infrastrutture nazionali. Sempre più spesso, gli attori sponsorizzati dagli Stati colpiscono le aziende, considerate un punto di accesso strategico per generare effetti su larga scala: compromettere le supply chain, sottrarre dati sensibili o provocare interruzioni attraverso infrastrutture digitali interconnesse. Allo stesso tempo, le minacce criminali continuano ad evolversi con rapidità. L’automazione dell’AI ha reso gli attacchi sofisticati più economici e più rapidi da eseguire e le piattaforme Ransomware-as-a-Service (RaaS) hanno reso strumenti un tempo riservati a gruppi altamente specializzati accessibili anche a criminali con competenze limitate. Campagne di phishing generate dall’AI, malware automatizzati e strumenti di attacco sempre più avanzati rappresentano oggi la norma, non più un’eccezione. Le imprese si trovano quindi ad affrontare una duplice sfida: da un lato le minacce riconducibili ad attori statali, dall’altro quelle provenienti dalla criminalità organizzata. Sebbene abbiano motivazioni differenti, entrambe sfruttano vulnerabilità simili, rendendo necessarie strategie di difesa integrate e un approccio alla sicurezza sempre più strutturato.

La dimensione della supply chain rende questa situazione particolarmente pericolosa. Una singola violazione può colpire qualsiasi azienda ad essa collegata e numerose di queste organizzazioni non si sono mai considerate un potenziale bersaglio. È proprio su questo presupposto che fanno affidamento gli hacker. Le aziende non sono semplici spettatori, spesso sono proprio loro a consentire il successo degli attacchi su larga scala. L’accesso a una rete aziendale significa accesso a clienti, partner, dati sensibili e sistemi finanziari. Qualsiasi organizzazione inserita in una supply chain complessa può diventare un vettore di attacco.

Le aziende sottovalutano l’impatto delle identità sulla superficie di attacco

Nella maggior parte degli attacchi informatici su larga scala, le identità compromesse sono gli obiettivi principali. Gli aggressori informatici utilizzano tecniche come l’attacco di password spray e il furto di credenziali per violare le organizzazioni di qualsiasi settore, compresi i servizi sanitari e finanziari. In molti casi, il punto di ingresso può essere ricondotto a un’identità compromessa, incluse le identità non umane (Non-Human Identities NHI) come account di servizio e agenti AI.

Questa tendenza è confermata dal report di ricerca di Keeper Security, Identity at Machine Speed, che evidenzia come la diffusione incontrollata dell’intelligenza artificiale e la presenza di strumenti legacy stiano accelerando gli attacchi basati sulle identità a un ritmo che molte organizzazioni faticano a sostenere. Infatti, il 43% dei 3.200 responsabili delle decisioni in materia di sicurezza informatica intervistati a livello globale identifica la gestione delle Identità Non Umane (NHI – Non-Human Identities) correlate all’AI come una delle principali lacune nella governance delle identità. Account di servizio con autorizzazioni obsolete, chiavi API incorporate nei repository di codici e agenti AI distribuiti al di fuori dei processi di governance con provisioning esterni sono tutte lacune sfruttate dagli attaccanti informatici e la maggior parte delle organizzazioni non ha una visibilità chiara sull’effettivo numero all’interno dei loro ambienti.

L’architettura PAM legacy non era stata progettata per questo ambiente

La maggior parte delle aziende gestisce ancora l’accesso con privilegi utilizzando un’architettura strutturata per ambienti on-premise, amministratori umani e perimetri di rete prestabiliti che ora non sono più al passo con i tempi. Quel modello non riflette più il modo in cui le moderne aziende operano realmente. Le organizzazioni devono ora tenere conto di ambienti cloud-native, forze lavoro distribuite, integrazioni di terze parti e flussi di lavoro guidati dall’AI che hanno dissolto i perimetri che le soluzioni legacy PAM erano state progettate per proteggere. Gli agenti AI, gli account di servizio e altre identità delle macchine spesso rimangono fuori dal loro ambito.

Il divario non è solo tecnico, ma strutturale. Le organizzazioni che non hanno modificato la propria architettura PAM negli ultimi 3 anni probabilmente si trovano a gestire solo una piccola parte dei propri accessi privilegiati effettivi.

Cosa devono fare ora le aziende per non essere esposte a rischi

Per la maggior parte delle aziende, il divario tra l’attuale livello di sicurezza e il contesto delle minacce è più ampio di quanto sembri. Colmare questa lacuna richiede una maggiore attenzione alla sicurezza zero-trust, all’accesso con privilegi minimi e all’architettura PAM.

Adotta la sicurezza zero-trust

La sicurezza zero-trust si basa sul principio che nessun utente, dispositivo o sistema è implicitamente affidabile e non importa se opera all’interno o all’esterno del perimetro di rete. L’accesso viene concesso attraverso una verifica costante dell’identità, del contesto e del rischio, così come viene revocato non appena la verifica non ha esito positivo. Per le aziende che affrontano attaccanti che si muovono lateralmente negli ambienti e utilizzano credenziali legittime, il principio zero trust offre un modello di sicurezza più affidabile che garantisce che ogni decisione di autenticazione venga validata costantemente e non presunta.

Estendi l’architettura PAM alle NHI

L’architettura PAM che blocca gli utenti umani non gestisce tutti gli accessi con privilegi ma ne gestisce solo una parte. L’accesso amministrativo e a livello di macchina ai dati di addestramento dell’AI, agli ambienti di implementazione e ai sistemi di produzione critici deve essere gestito con lo stesso livello di controllo applicato agli account umani con privilegi. In pratica, questo significa avere identità uniche e verificabili per ogni account di servizio e agente AI, limiti di accesso ben definiti e nessun privilegio predefinito.

Applica l’accesso con privilegi minimi

Un eccesso di autorizzazioni generalmente viene affrontato in modo retroattivo attraverso controlli periodici degli accessi. L’accesso con privilegi minimi dovrebbe invece essere integrato sin dall’inizio direttamente nelle pipeline di sviluppo e distribuzione, in modo che alle identità umane e meccaniche venga fornito solo l’accesso necessario per un’attività specifica, niente di più. Prevenire gli accessi non autorizzati sin dalla fase di provisioning è molto più efficace che tentare di contenere a posteriori una violazione della supply chain.

Monitora e verifica tutte le attività

La visibilità completa non è un’opzione quando gli attaccanti informatici possono operare in ambienti utilizzando credenziali compromesse ma legittime. L’attività umana e NHI deve essere monitorata, registrata e tracciata costantemente in tutte le sessioni con privilegi e i flussi di lavoro automatizzati. L’obiettivo è rilevare l’uso improprio dei privilegi, l’esposizione dei dati e i comportamenti sospetti prima che gli incidenti degenerino e causino danni più ampi.

Richiedi la garanzia al fornitore

Il livello di sicurezza di un’azienda è tanto elevato quanto l’anello più debole della sua supply chain. Qualsiasi fornitore con accesso alla tua infrastruttura tramite dati, software o integrazioni può diventare un punto di ingresso per gli attaccanti. L’autocertificazione non è sufficiente. I fornitori devono dimostrare la propria conformità attraverso valutazioni indipendenti e controlli verificabili.

Preparati ai danni collaterali della guerra informatica

La guerra informatica che colpisce le aziende non è una novità. Quello che è cambiato è il livello di automazione dietro questi attacchi e la scalabilità su cui possono ora operare. Non esiste nessuna ragione pratica per supporre che un’impresa non sarà colpita. Le organizzazioni devono valutare se la loro attuale strategia di sicurezza sia in grado di far fronte alle moderne minacce informatiche. Se la tua organizzazione usa ancora strumenti che non sono mai stati progettati su larga scala per ambienti cloud-native o NHI, il divario di governance nell’accesso alle identità e nella sicurezza della supply chain potrebbe essere più ampio di quanto sembri. KeeperPAM è stato sviluppato proprio per colmare questa lacuna.

Fonte: Keeper Security

Il racconto che faccio quando parlo di sicurezza dei dati con le banche

Il racconto che faccio quando parlo di sicurezza dei dati con le banche

Scritta su un treno delle 7 del mattino, dopo tre caffè decisamente pessimi.

Questo articolo è nato come un messaggio su Teams al nostro Direttore Marketing. Ero sul treno delle 7 diretto a Manhattan, con tre caffè decisamente pessimi già in corpo, e avevo appena finito di spiegare a un collega cosa fa realmente PKWARE per le banche.

Ecco la storia che gli ho raccontato.

Quando entro in una grande banca, la domanda non è: Che cosa fa il vostro prodotto?Ogni fornitore ha il suo prodotto e la sua presentazione.

La vera domanda, quella che nessuno esprime apertamente, è un’altra:

“Considerata la complessità della nostra infrastruttura, sappiamo davvero dove si trovano tutti i nostri dati sensibili? E siamo in grado di proteggerli prima che qualcun altro possa comprometterli?”

Questa non è una domanda sulla qualità del lavoro del team di sicurezza. È una domanda che nasce dalla complessità dell’infrastruttura.

Con oltre duecentomila endpoint, numerosi ambienti cloud, milioni di file in SharePoint e sistemi legacy che continuano a gestire processi mission critical, la visibilità dei dati non è più un problema operativo: è un problema di architettura.

Vediamo come questa conversazione si traduce nella pratica, attraverso alcuni esempi tratti dalle banche con cui lavoro.

JPMorgan Chase: oltre un quarto di milione di endpoint

JPMorgan Chase gestisce più di 250.000 endpoint: sale operative, filiali, call center, notebook dei consulenti e dispositivi distribuiti in sedi che spesso nemmeno l’inventario IT riesce a censire completamente.

Su ciascuno di questi sistemi può essere presente qualche dato sensibile lasciato lì per errore: informazioni sulle carte di pagamento (PCI), dati personali (PII), vecchi screenshot di conti clienti salvati durante attività di assistenza e mai rimossi.

È qui che interviene PK Protect.

La piattaforma non si limita a individuare questi dati. Identifica il tipo di informazione, da quanto tempo è presente, verifica se è ancora utilizzata oppure se è ormai obsoleta e applica automaticamente la policy di protezione prevista.

A seconda del caso, il dato può essere cifrato, mascherato, anonimizzato, archiviato o eliminato. La scelta dipende dal tipo di dato, dai requisiti normativi e dalle politiche definite dall’organizzazione.

Una sola scansione. Un unico motore di policy. Più di 250.000 endpoint gestiti.

Fiserv: mettere ordine per semplificare gli audit

Per Fiserv il problema è diverso.

I dati sensibili non sono sconosciuti: sono semplicemente ovunque. Server, cartelle condivise, repository legacy.

L’obiettivo del CISO non è tanto scoprirli, quanto poter affrontare serenamente un audit.

Per questo PK Protect esegue la scansione dell’infrastruttura e, oltre a proteggere i dati, li centralizza in repository definiti e controllati.

In questo modo esiste un unico punto in cui risiedono le policy, un unico punto di riferimento per gli auditor e un ambiente facilmente gestibile dal team Compliance.

Quando arriva un’ispezione da parte dell’autorità di vigilanza, la domanda Dove sono conservati i dati delle carte di pagamento? non richiede una riunione di novanta minuti. Basta una semplice interrogazione del sistema.

Western Union: SharePoint oltre i limiti di scalabilità

Western Union gestisce centinaia di milioni di record dei clienti e un’enorme infrastruttura SharePoint.

Microsoft consente di applicare le Sensitivity Labels ai documenti, ma gli strumenti nativi presentano limiti di scalabilità quando i volumi diventano estremamente elevati.

È qui che PK Protect fa la differenza.

La piattaforma individua i contenuti sensibili e applica automaticamente le etichette Microsoft anche su volumi molto superiori.

E se un file non può essere etichettato, la policy non si interrompe.

Il sistema passa automaticamente all’azione successiva prevista: maschera il contenuto, lo anonimizza, lo sposta oppure lo mette in quarantena.

In altre parole, il dato viene comunque protetto.

Wells Fargo e USAA: la stessa protezione, anche su scala petabyte

Ora immaginiamo un’infrastruttura di dimensioni ancora maggiori. Non parliamo più di endpoint, ma di cluster HDFS, tabelle Hive, bucket S3 e Azure Data Lake: gli ambienti in cui operano organizzazioni come Wells Fargo e USAA.

In contesti di questo tipo, una sola configurazione errata di un bucket può esporre su Internet una quantità di dati personali (PII) superiore a quella gestita complessivamente da alcuni piccoli Paesi.

Il motore di scansione è lo stesso. Le policy sono le stesse. Anche le opzioni di protezione rimangono invariate.

Ciò che cambia è l’ambiente in cui i dati risiedono.

PK Protect tratta un data lake di dimensioni petabyte con lo stesso approccio utilizzato per il laptop di un responsabile marketing: individua i dati sensibili, li classifica, li protegge e ne dimostra la conformità.

Il livello di controllo rimane identico; cambia soltanto il contesto in cui viene applicato.

È questo il principio su cui si basa l’intera piattaforma.

Truist: il mainframe che molti fornitori preferiscono evitare

È a questo punto che la conversazione cambia spesso tono. Basta parlare di dataset COBOL, file GDG o file PDS perché molti fornitori di soluzioni di sicurezza “moderne” sfoggiano un sorriso di circostanza e cambino rapidamente argomento.

Noi no.

Con Truist applichiamo ai sistemi mainframe lo stesso approccio che utilizziamo per un laptop. Individuiamo i dati sensibili all’interno dei programmi COBOL e dei dataset associati, quindi applichiamo le policy di protezione previste: crittografia, mascheramento, anonimizzazione o eliminazione dei dati, a seconda delle esigenze.

Il mainframe entra così a far parte dello stesso piano di controllo che governa endpoint e ambienti cloud.

Per le banche che operano con infrastrutture di questo tipo – e sono molte più di quanto lascino intendere i report degli analisti – questa rappresenta una differenza sostanziale.

Pochissimi fornitori sono in grado di offrire una protezione unificata su tutti e tre gli ambienti: endpoint, cloud e mainframe. Ed è proprio questo che rende la conversazione con i clienti molto più concreta.

Cosa significa, in concreto

L’idea è semplice: un’unica interfaccia, un unico prodotto e un solo motore di policy in grado di operare sugli endpoint di JPMorgan Chase, sui file server di Fiserv, su SharePoint di Western Union, sui data lake di Wells Fargo e USAA e sui mainframe di Truist.

L’obiettivo non è vendere una singola funzionalità.

Le banche acquistano qualcosa di molto più importante: la certezza che i dati sensibili siano individuati correttamente, protetti in modo coerente e sempre conformi ai requisiti normativi.

Secondo PKWARE, questo livello di affidabilità può essere raggiunto soltanto attraverso un’architettura unica, capace di gestire ogni ambiente in cui i dati vengono archiviati.

Questa è la storia che racconto ogni volta. Mi ci sono voluti un viaggio in treno e tre pessimi caffè per metterla nero su bianco. ll caffè, per fortuna, è stato l’unica cosa davvero difficile di quella mattina.

La conclusione, però, rimane la stessa.

Se ti occupi di sicurezza o protezione dei dati nel settore bancario e questa conversazione ti suona familiare, parliamone

Fonte: EJ Pappas – Pkware

SPARK in Tour: quando l’innovazione restituisce tempo alle persone

SPARK in Tour: quando l’innovazione restituisce tempo alle persone

Nelle ultime settimane Xurrent ha portato il nuovo roadshow europeo SPARK in tre città – Londra, Anversa e Monaco – con una formula pensata per essere più vicina a clienti e partner. Eventi regionali, gratuiti e ricchi di contenuti, nati per condividere la roadmap della piattaforma, presentare le ultime innovazioni e offrire sessioni pratiche durante le quali sperimentare in prima persona le nuove funzionalità.

Il filo conduttore dell’intero evento è stato il tempo.

In un contesto in cui l’Intelligenza Artificiale sta accelerando il ritmo del lavoro, la vera domanda non è quanto velocemente si riesca a fare qualcosa, ma come utilizzare il tempo che si riesce a recuperare. Per i team IT questo significa ridurre le attività manuali, eliminare passaggi inutili tra sistemi diversi e liberare risorse da dedicare a iniziative a maggior valore aggiunto.

Durante SPARK è emerso con chiarezza come il lavoro oggi sia distribuito tra numerosi strumenti – service management, monitoraggio, CMDB, sicurezza, sistemi HR, strumenti di sviluppo e piattaforme AI – e come proprio le integrazioni tra questi ambienti rappresentino spesso il principale ostacolo all’efficienza.

Per rispondere a questa sfida, Xurrent ha presentato tre importanti innovazioni.

La prima è Xurrent iPaaS, la nuova piattaforma di integrazione sviluppata internamente e inclusa nella sottoscrizione, che consente di collegare rapidamente Xurrent agli altri sistemi aziendali. Durante una sessione pratica, un cliente è riuscito a realizzare un’integrazione funzionante in pochi minuti: un’attività che fino a poco tempo fa avrebbe richiesto settimane di lavoro. Un esempio concreto di come sia possibile accelerare i processi e ridurre la complessità delle integrazioni.

Un altro tema centrale è stato quello dell’Intelligenza Artificiale, concepita come parte integrante della piattaforma e non come una funzionalità aggiuntiva. Tra le novità annunciate figurano i futuri AI Agent, progettati per svolgere attività operative in autonomia, iniziando dai processi di triage, così da supportare concretamente il lavoro quotidiano dei team IT.

Infine, è stata annunciata la futura disponibilità della funzionalità Agentless CMDB Discovery, prevista per il quarto trimestre, che consentirà di rilevare e mantenere aggiornati automaticamente gli asset IT senza installare agent sui dispositivi, migliorando la qualità e l’affidabilità delle informazioni presenti nella CMDB.

Più che una semplice presentazione di nuove funzionalità, SPARK ha rappresentato l’occasione per condividere una visione: costruire una piattaforma capace di ridurre la complessità, connettere sistemi e persone e restituire tempo alle organizzazioni. Un messaggio che sintetizza bene la direzione intrapresa da Xurrent e che accompagnerà l’evoluzione della piattaforma nei prossimi mesi.

Fonte: Xurrent